Vallo di Diano. Su una collina di sassano campeggia una bandiera Italiana, in segno di rinascita dal covid 19

Nei giorni scorsi una enorme bandiera italiana ha fatto la sua comparsa su una costa della collina che domina la popolosa frazione di Silla di Sassano, e precisamente ai piedi de Cozzo dell’Uovo, un piccolo promontorio che si affaccia sull’altopiano del Vallo di Diano. Un tricolore di dimensione 3x2 metri, ben ancorata a due pali di legno, per meglio resistere alle intemperie e per non muoversi con il vento, posti a due metri da terra per meglio sovrastare la vallata e per non essere danneggiata dagli animali al pascolo.

La bandiera è a pochi metri dalla Croce di ferro, che ricorda i soldati caduti nei due conflitti mondiali del secolo scorso. Sotto il tricolore riporta la frase latina “In hoc signo vinces”, dal significato letterale: "in (sotto) questo segno vincerai", traduzione del greco ἐν τούτῳ νίκα (letteralmente: "in (sotto) questo vinci").

Naturalmente, tutti si chiedono chi e perché hanno messo quella bandiera con una frase che richiama il sogno che l’imperatore romano Costantino fece prima della battaglia di Ponte Milvio (la frase comparve in cielo, scritta in greco, accanto ad una croce). Nonostante la leggenda, che tra l’altro pare non avere particolari riscontri storici, cosa c’entra Costantino con noi?

Dopo ricerche e domande, scopriamo chi ha issato la bandiera sulla collina di Sassano. È un ingegnere ottantenne ritornato da poco in Italia. Si chiama Francesco Romanelli, ha vissuto e lavorato in Canada e abita poco distante da Silla di Sassano, e ci racconta perché quella bandiera con quella frase.

“..,Le pandemie ci dicono qualcosa sul nostro essere umani in un mondo che abbiamo profondamente modificato e che stiamo portando all’estinzione. Siamo storditi dal susseguirsi degli eventi, non abbiamo mai provato uno shock del genere perché questo virus ci ha tolto ogni punto di riferimento, ogni parola. Siamo come sospesi su una nuvola, protagonisti impotenti di un domani che non sappiamo nemmeno se sapremo vivere. Abbiamo dovuto cambiare le nostre abitudini più semplici, cambiare la nostra vita, riprogettarla chiusi nelle mura di casa che sono diventate la nostra scuola, la nostra palestra, il nostro tempo libero tra una videochiamata e l’altra con gli amici. Questa pandemia ha fatto sì che ogni popolo reagisse mettendo in campo le proprie risorse e, anche in tale circostanza, gli Italiani si sono distinti per la loro generosità e creatività: il mondo della moda ha convertito la sua produzione in camici e mascherine, da maschere subacquee sono stati ricavati respiratori per le terapie intensive, maschere protettive realizzate da stampanti 3D, o, ancora, gel igienizzanti prodotti da scuole e distribuiti gratuitamente o confezionati da industrie di prodotti alcolici. Tutto il tessuto economico sta risentendo dei contraccolpi di questo periodo. Tanti piccoli imprenditori, artigiani, professionisti, solitamente inseriti in un circuito economico dinamico e virtuoso, si trovano in ginocchio. Inoltre la sussistenza di un’importante fascia di popolazione strettamente legata all’attività quotidiana è in pericolo. É tempo di sperare o di... disperare? Di avere fiducia o di scoraggiarsi? Questo periodo ci ha spaventato, ci ha spaventato tutto, soprattutto la solitudine, una solitudine non scelta, ma sofferta. Sono sicuro che “Ce la faremo”, “distanti ma uniti”, sono solo alcune delle svariate frasi che ormai da mesi girano sul web, in televisione, in radio, per cercare di dare un po’ più di speranza ai milioni di italiani che sono chiusi in casa a causa della pandemia. Ora infatti non è il momento di scoraggiarsi, è il momento di essere solidali gli uni con gli altri, è il momento di dimostrare la nostra fratellanza, perché questa “guerra” va combattuta insieme e solo insieme la si può vincere, può rinascere…non a caso ho scelto la frase IN HOC SIGNO, VINCES sotto la bandiera Italiana e lo ho messo anche sul balcone di casa…”

C'è da sperare che tutti, rispettino il tricolore, che non ci siano atti vandalici, come capita, a volte, con la croce di ferro, che non sarà, un granché dal punto di vista artistico, ma resta sempre un simbolo cristiano e di riconoscimento, un emblema fortemente voluto dai cittadini locali alla fine del secondo conflitto mondiale.

© Michele D'Alessio